Nella sabbiera “le mani sanno quello che la mente non sa”

castello-di-sabbia_2La Sandplay-therapy non può essere compresa da chi non ne abbia fatto un’esperienza personale diretta. Sembra che il contatto con la sabbia abbia un che di magico, che trasmetta energie ataviche. Quasi tutti i pazienti affondano le mani in questa terra madre, che è materiale e trascendente al tempo stesso, la accarezzano a lungo come se accarezzassero il proprio corpo o il corpo di qualcun altro. Un mio piccolo paziente che voleva sempre giocare a pallacanestro doveva ossessivamente affondare, prima del lancio, la palla nella sabbiera perché acquistasse energia!

È chiaro che ogni terapeuta, pur mantenendo il setting di base della sabbiera e degli scaffali con le statuine, sceglie spontaneamente le statuine che piacciono a lui e che pensa possano avere un senso anche per il paziente. Quindi già nella collocazione delle figurine e del materiale da costruzione passa un rapporto personale di transfert e di controtransfert tra l’analista e l’analizzando.

Nello “spazio libero e protetto” della sabbiera la creazione del paziente può essere stimolata da una esperienza o da uno stato d’animo che vuole essere espresso.

mani-nella-sabbiaA volte lo stimolo può venire dalla vista di un oggetto esterno, al quale risponde come un’eco una percezione inconscia, o qualche emozione che giaceva nell’inconscio da tempo creando stati di malessere o di gioia che non si possono raggiungere con le parole: si dice che “le mani sanno quello che la mente non sa”. Spesso tali percezioni risalgono ai primi giorni o mesi di vita della “relazione primaria” col materno; in questo periodo non è ancora strutturato un Io che si distingue dal non-Io.

Nel processo che si svolge durante la Sandplay-therapy ogni paziente fa una sua personale “discesa agli inferi”, dove si svolgono le battaglie coi mostri per liberare il tesoro che è dentro ognuno di noi e dove è prigioniera la “sirena-anima” che non si è ancora umanizzata, ma dove già brillano le stelle, il lumen naturae degli alchimisti. L’analista deve essere in grado di creare in sé quello spazio vuoto, nel quale accogliere quanto il paziente va man mano obiettivando, rivivendo con reverente ascoltazione e comprensione la situazione remota che sta emergendo dall’inconscio del paziente.