Ulisse tra etica e scienza

In un brillante e documentato articolo su La Lettura (Corriere della Sera) del 2 agosto 2015 il filosofo Mauro Bonazzi analizza la figura di Ulisse alla luce della terzina di Dante che l’ha immortalato nella Divina Commedia:

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e conoscenza.

[Inf. XXVI, 118-120]

Pablo Picasso, Ulisse e le sirene, 1947. Dal sito http://www.corriere.it/la-lettura/

Pablo Picasso, Ulisse e le sirene, 1947. Dal sito http://www.corriere.it/la-lettura/

Dopo aver ricordato che questi versi – come ha mostrato Maria Corti – sono il riadattamento di una frase di Boezio, che a sua volta parafrasava Aristotele, Bonazzi spiega che la specificità della natura umana, secondo Aristotele, è il possesso della ragione: grazie alla loro intelligenza gli uomini possono elevarsi infatti al di sopra delle contingenze del mondo e scoprire la “cifra segreta” che tiene insieme la realtà. “Quello che Aristotele promette” continua Bonazzi, “è niente meno che vedere l’universo con gli occhi di Dio, comprendendone il significato, la necessità, la bellezza”. E proprio in questo consiste la felicità.

Anche per Dante la beatitudine è data dalla visione di Dio, “la forma universal” che lega “ciò che per l’universo si squaderna”. Ma qui le strade di Aristotele e Dante si dividono. Mentre per l’antico filosofo l’uomo può raggiungere la felicità con le sole sue forze intellettuali, per il poeta cristiano questo è impossibile, se non dopo la morte in Paradiso, grazie alla carità divina. Così si spiega, secondo Bonazzi, il “folle volo” dell’Ulisse dantesco che, per brama di conoscenza ha sacrificato la virtù: abbandonate la famiglia e la patria, è partito “per scoprire i segreti dell’universo” ma è morto “senza capire nulla, perché privo dell’appoggio divino”.

Oggi, riflette Bonazzi, l’equivalente dell’Ulisse dantesco e della filosofia aristotelica è lo scienziato: mai come ora è stato così vicino il sogno della scienza di capire i segreti della vita e dello spazio, senza preoccupazioni morali o politiche. Si pone quindi delle domande: perché gli scienziati dovrebbero interrompere le loro ricerche? Rinunciare al sogno di conoscenza condurrebbe a una vita davvero umana? E così conclude: “Ci illudiamo di progredire, ma i problemi sono sempre gli stessi. Folle o non folle, il viaggio di Ulisse è il viaggio di noi tutti, e nessuno sa a quali lande approderemo”.

Nella sua profonda ricerca psicologica sulla Divina Commedia, Adriana Mazzarella definisce l’incontro con Ulisse, nell’ottava bolgia dell’Inferno, “uno degli episodi più importanti del poema” (Alla ricerca di Beatrice, p. 204). A differenza dell’Ulisse omerico, che esprime comunque grandi valori (non si fa travolgere dalla possessione di meccanismi archetipici e sa usare il ben dell’intelletto, anche se a volte in modo fraudolento), “l’Ulisse dantesco è il simbolo del pericolo che corre l’uomo che arde dal desiderio di conoscere. L’intelligenza, infatti, può diventare l’elefantiasi del sapere; ciò che minaccia la scienza oggi. […] In questa tensione verso la conoscenza si corre il pericolo di restare prigionieri degli opposti, dimenticando la ‘sintesi’ e il punto dal quale l’uomo è partito per conoscere. Se ci si ferma alle divisioni (specializzazioni), adoperando la mente come fine a sé stessa, essa può diventare autonoma e scivolare ineluttabilmente nella freddezza priva di sentimento. Il ricercatore vero, invece, non perde di vista l’unità dell’uomo e adopera la mente come strumento meraviglioso per creare il suo mondo pratico e spirituale, […] per continuare a migliorare sé stesso, valutando col sentimento il valore etico di ciò che va dinamicamente scoprendo. Se invece si identifica con la mente l’uomo distrugge e si autodistrugge.”

L’astuto Ulisse ne è l’esempio.

L. A.  (5 agosto 2015)

 

 

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