L’Immagine mi guarda, di Iolanda Stocchi

Come mi ha insegnato Jung, ho sempre cercato di stare dentro l’immagine perché “tutto ciò di cui siamo consapevoli è una immagine e (…) l’immagine è psiche”.

Tanti anni fa ho iniziato a interrogare i bassorilievi dei capitelli delle chiese del romanico a cavallo dell’anno mille, che sembravano parlare una lingua diversa, una scrittura disegnata.
Intorno a questi capitelli, a queste sculture di sirene è nato un libro – Il Silenzio delle Sirene. Figurazioni della psiche femminile (Vivarium Editore, 2005) – che ha la struttura del gioco dell’oca: 63 caselle con 63 immagini e testo in dialogo.
Ho interrogato e ascoltato le sirene, cercando di non farle volare via come è volata via la Sfinge per la risposta troppo intelligente di Edipo. Ho cercato di ascoltare il loro canto perché non diventasse un grido.
Da allora guardo le immagini che mi guardano, soprattutto quelle che i pazienti, nel Gioco della Sabbia, depositano in quel magico rettangolo che è la sabbiera: il mondo partorito dalle loro mani che sognano.
Un dispositivo per far accadere, per sogni a occhi aperti che suscitano parole impossibili a dirsi. Qualcosa che ci appartiene esce da noi, ci guarda e ci ri-guarda, ci cura proprio perché ci eccede. Ecografie di psiche.
E in questo Adriana mi è stata maestra. Spesso sento la sua voce che mi parla dentro.

Le immagini che emergono dal Gioco della Sabbia, la cura di cui sono portatrici e la loro interpretazione sono al centro del mio recente libro Il Gioco della Sabbia nella terapia con i bambini. La Pazienza dello Sguardo (Vivarium Editore, 2018).

Perché è importante oggi ascoltare le immagini?
L’immagine lascia un buco di silenzio, un’apertura a un’altra forma di coscienza e di conoscenza. Quando mi riferisco all’immagine non intendo le immagini spazzatura, le immagini-idolo, ma intendo l’immagine come icona.
La dimensione idolatra dell’immagine si ferma a ciò che vede, cosifica e mercifica.
In quella iconica lo sguardo non si ferma a ciò che vede, ma va oltre il visibile, lo attraversa, vede l’invisibile.
Desidero parlare di quella che è stata chiamata “svolta iconica” nella psicoanalisi, come bene dicono D. Chianese e A. Fontana in Imaginando (Franco Angeli Editore, 2000): “È pura utopia e finanche violenza supporre, come si è a lungo pensato in psicoanalisi, che le immagini possano essere ridotte a parole, peggio ancora, che le immagini siano un ‘meno’ di parole, le immagini semplicemente non sono parole, non sono strutturate né semanticamente né sintatticamente come il linguaggio, fanno venire alla luce mondi diversi da quelli che emergono dalle parole. Assumere tutto ciò implica un’ampia revisione, un “ iconic turn” (‘svolta iconica’) nell’ambito psicoanalitico che coinvolge più piani e più sensi: il senso che diamo al sogno (un’esperienza ‘estetica’ solo in parte riducibile a discorso); il senso che diamo all’inconscio (che è limitante pensare strutturato come un linguaggio nella misura in cui esso trattiene un legame essenziale con l’immagine); il senso che diamo al campo della cura da intendersi non solo come campo della parola ma anche come campo dell’immagine”.

Per Jung sappiamo che l’immagine è davvero la via: “Gli anni più importanti della mia vita furono quelli in cui inseguivo le mie immagini interiori. In quegli anni si decise tutto ciò che era essenziale; tutto cominciò allora”. (Ricordi, sogni e riflessioni a cura di Jaffe A., 1962)
“Immagine e senso sono identici, e come la prima si forma, il secondo si chiarisce”.
(Jung C.G., Riflessioni sull’essenza della psiche, vol. 8, Bollati Boringhieri, 1947-1954).

L’immagine porta il senso e sta all’origine del processo di chiarificazione del senso.
Desidero in questo spazio dire mostrando, da dictum: mostrare.
Sappiamo che nel lavoro con i bambini più di tante parole serve vedere: un disegno, una sabbia, i loro sguardi, i loro gesti. Sappiamo quanto un quadro di sabbie ci parla.
Le immagini e i gesti sono prima delle parole: per dire il dolore mi copro il volto con le mani, e i bambini a volte, prima di poter raccontare un sogno, lo disegnano.

Desidero in questo appuntamento stagionale proporre Immagini e Parole in dialogo, non dimenticando lo stato di veglia della parola e lo stato di sogno dell’immagine.
Il mio intento sarà di interrogare le immagini, farle parlare. Mostrarle. Parole rispettose.

Come dice bene la poesia:

Le parole non bastano mai,
Per favore qualcosa che non si consumi!
Spazio al non detto,
Oh! Intelligenza dei sentimenti,
Sii intelligente, non razionalizzare!
Fai svelamento! Fai svelamento con le parole!
Salvare tutti i misteri
M. Gualtieri

Quella che desidero proporvi ora è un’immagine che mi sta molto a cuore perché rappresenta per me l’essenza del Gioco della Sabbia ed è tratta da un capitolo sullo sguardo nel libro Il Gioco della Sabbia nella terapia con i bambini. La Pazienza dello Sguardo  (Vivarium Editore, 2018).

Il Gioco della Sabbia: Guardare è sognare. Lo Sguardo.

Knap Jan

La psiche tesse immagini: basti pensare ai sogni.

Il GdS è un dispositivo che favorisce l’emergere di immagini dalla psiche che — attraverso il lavoro delle mani — si mostra. Una sorta di ecografia dell’anima. Con il GdS entriamo in un’area dove le emozioni, le parole diventano gesti, si trasformano in immagini, si materializzano in oggetti.

Per questo motivo, per rimanere fedeli all’oggetto della mia riflessione, desidero partire da un’immagine che a mio avviso esprime l’essenza della esperienza del GdS.

L’immagine mi guarda per essere compresa. In questo gioco il nostro sguardo deve essere paziente.

Guardare è interrogare con gli occhi. Cosa mostra questa immagine?

Il bambino guarda verso qualcosa che noi non vediamo, e col suo sguardo ci indica una presenza invisibile: uno sguardo che lo sta guardando.

Quel bambino è al centro dell’attenzione. È solo, ma in presenza di qualcuno.

Questa immagine ci comunica che il bambino si sente visto mentre gioca. Con una frase esprimo il pensiero-emozione di questa immagine: essere soli alla presenza di qualcuno, ovvero sentirsi sentiti. Mi interessa comprendere quale sguardo rende possibile questa esperienza.

Perché penso che — citando Berger — noi con il nostro sguardo abbiamo il compito di “accompagnare qualcosa di invisibile alla sua incalcolabile destinazione”.

Essere soli alla presenza di qualcuno

Per me — ancor prima di incontrare nei miei studi il pensiero di Winnicott e il GdS — una delle chiavi dell’esistenza è stata quella che successivamente ho trovato espresso nella sua frase-paradosso, essere soli alla presenza di qualcuno.

Abbiamo necessità di uno sguardo che ci guardi, di un testimone silenzioso della nostra esistenza: che ci faccia esistere e ci lasci esistere. Questo sguardo dà senso alla nostra vita. Questo sentirsi sentiti che ci fa esistere è anche quello che ci cura, quello di cui abbiamo bisogno quando siamo feriti.

È lo sguardo che ci permette di diventare genitori di noi stessi ed è anche quello che ci chiedono i bambini: di essere bambini dentro il nostro sguardo.

Quante volte un bambino va a giocare dove c’è un adulto e non vuole che l’adulto intervenga, ma lo vuole lì per potergli dire: guarda! Quel gioco, quel disegnare da soli ma alla presenza di qualcuno assumono un valore diverso: esistono. In questo spazio libero e protetto è possibile — proprio attraverso il gioco — nascere a se stessi, ricreare e/o riparare il proprio mondo psichico rotto.

Questa esperienza per me si è materializzata nel GdS, che ha come fondamento “lo spazio libero e protetto” di cui parla Kalff.

Uno Sguardo che protegge e libera.

 

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